• Testo RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA

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Atto a cui si riferisce:
C.6/00001 La Camera, premesso che: a legislazione invariata e a regolamenti parlamentari vigenti, la sessione di bilancio ha regole ben precise, nei tempi e nei...




Atto Camera

Risoluzione in Assemblea 6-00001
presentata da
PIER PAOLO BARETTA
martedì 8 luglio 2008 nella seduta n.030

La Camera,
premesso che:
a legislazione invariata e a regolamenti parlamentari vigenti, la sessione di bilancio ha regole ben precise, nei tempi e nei modi;
l'approvazione da parte delle Camere del DPEF, mediante risoluzioni con cui si stabiliscono l'entità della manovra nonché le cifre e le modalità attraverso cui questa entità si raffigura nei saldi di finanza pubblica non rappresenta un atto formale a carattere meramente programmatico, ma costituisce l'atto di codeterminazione di decisioni vincolanti per la fase di bilancio che, di norma, è successiva;
impropriamente, stavolta la tempistica viene invertita: è la manovra che anticipa e vincola il DPEF e non il contrario. I provvedimenti legislativi presentati dal Governo sono stati predisposti senza che il Parlamento abbia avuto la possibilità di valutare il quadro programmatico e l'efficacia degli obiettivi che il Governo per legge è tenuto a fissare e ad illustrare alle Camere;
siamo di fronte a un gravissima violazione delle prerogative del Parlamento, cui la Costituzione attribuisce con l'articolo 81 una funzione di indirizzo e controllo in ordine alla destinazione e allocazione delle risorse pubbliche in relazione ai fini da perseguire nell'interesse della collettività;
il decreto-legge 112, con i suoi 85 articoli, si presenta in modo estremamente disorganico, privo di qualsiasi omogeneità materiale, spaziando tra le misure più disparate, con evidenti connotati di natura ordinamentale e numerosi casi in cui non sussiste il requisito della straordinaria urgenza, nonché palesi e gravissime violazioni costituzionali, come quelle relative all'articolo 60, in cui si attribuisce al ministro dell'economia e delle finanze il potere di rimodulare le autorizzazioni di spesa in modo diverso da quanto stabilito nella legge di bilancio, così sovvertendo la gerarchia delle fonti e violando l'articolo 81, primo comma, della Costituzione. Inoltre, il decreto-legge non risponde alle stesse finalità enunciate dall'articolo 1 poiché non agisce efficacemente sul contenimento del costo della vita e non restituisce potere di acquisto alle famiglie;
considerato che:
la politica economica del Governo, illustrata dal DPEF 2009-2013, non è all'altezza dei problemi del Paese ed è controproducente ai fini dell'aggiustamento della finanza pubblica. Essa non affronta le vere priorità: l'anemia della crescita e la perdita di potere d'acquisto dei redditi da lavoro e pensione;
sono completamente assenti misure di rilancio dei consumi interni mediante un incremento del reddito disponibile delle famiglie. I dati sulle condizioni ed i redditi da lavoro, da ultimo l'Employment Outlook dell'Ocse del 2 luglio scorso, evidenziano la drammaticità della fase in corso per la stragrande maggioranza delle famiglie italiane. Difficoltà ancora più gravi segnano la vita di milioni di pensionati. Tali difficoltà, insieme ai dati sull'incremento dei prezzi del paniere alimentare e dell'energia (aumenti fino al 20 per cento su prodotti di prima necessità) spiegano la caduta delle vendite al dettaglio ad aprile scorso (-2,3 per cento a livello nazionale, con un picco del 4 per cento nel Mezzogiorno);
interventi di miglioramento del potere d'acquisto di lavoratori e pensionati migliorerebbero la distribuzione dei redditi e la domanda interna. Nella scorsa legislatura, le imposte sulle imprese sono state significativamente ridotte dall'intervento sul cuneo fiscale e contributivo, dalla riforma dell'Ires - con rilevanti effetti redistributivi a favore delle piccole e medie società di capitali - dall'innalzamento della franchigia Irap per le micro e piccole imprese, dal regime forfettario per i contribuenti minimi e marginali. Adesso, nella difficile fase in corso, si deve e si può intervenire sui redditi da lavoro e da pensione;
l'assenza di interventi significativi per lo sviluppo e per il sostegno al potere d'acquisto delle famiglie è riflessa dalle previsioni sull'andamento della produttività e del Pil nell'arco temporale della legislatura: anche per il 2013, ultimo anno della previsione, l'aumento della produttività è inferiore all'1 per cento e permane un significativo differenziale di crescita con i Paesi dell'area-euro;
sull'andamento dei redditi da lavoro e, conseguentemente, della domanda interna, pesa l'obiettivo di inflazione programmata. Il Governo ha indicato un'inflazione programmata dell'1,7 per cento per l'anno in corso e dell'1,5 per cento dal 2009 in poi. L'inflazione programmata deve essere inferiore all'inflazione «tendenziale» per piegare le aspettative tuttavia deve essere credibile. Un obiettivo troppo basso, invece di favorire un compromesso ragionevole tra organizzazioni degli imprenditori e dei lavoratori, genera conflittualità, ritardi nella negoziazione, incertezze, e, inevitabilmente, effetti negativi sugli investimenti e sui consumi, così compromettendo lo stesso quadro macroeconomico programmatico del DPEF, che si affida interamente alla domanda interna;
le stime della crescita economica del DPEF vanno dallo 0,9 per cento del 2009 all'1,5 per cento del 2011, con una media nel triennio dell'1,2 per cento, una crescita così bassa da rivelare implicitamente lo scetticismo dello stesso Governo circa l'efficienza della manovra a favore dello sviluppo e tale da far sembrare irrealizzabili gli obiettivi di finanza pubblica, primo fra tutti il pareggio di bilancio nel 2011;
l'andamento della finanza pubblica per il 2008 conferma la solidità del risanamento finanziario compiuto nella scorsa legislatura. In particolare:
il fabbisogno del settore statale a giugno è inferiore di quasi 3 miliardi di euro al corrispondente dato del 2007, nonostante l'incidenza di fattori di dilatazione, tra i quali: il minor gettito Ici, la riduzione del versamento Irap in applicazione delle misure di abbattimento del cuneo fiscale, lo slittamento di versamenti di autoliquidazione da parte di aziende di grandi dimensioni;
il fabbisogno degli enti territoriali presenta un miglioramento ancora più pronunciato, tale da consentire (DPEF Tavola III.4) una previsione di fabbisogno delle pubbliche amministrazioni più contenuto del corrispondente indicatore per il settore statale;
il conto economico trimestrale delle amministrazioni pubbliche del I trimestre 2008 (Istat 1o luglio 2008) evidenzia un incremento del gettito da imposte dirette del 10 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2007 e una sostanziale stabilità del gettito delle imposte indirette. Inoltre, registra un forte rallentamento della spesa per consumi intermedi;
nonostante tali dati, il DPEF stima per il 2008 un incremento del gettito da imposte dirette del 4,7 per cento e una caduta del gettito delle imposte indirette dell'1,3 per cento rispetto al 2007 (pur a fronte della stima di un aumento nominale del 3,8 per cento dei consumi nazionali), in parte scontando l'eliminazione delle principali misure antievasione introdotte nella scorsa legislatura;
confrontando i risultati previsti per il 2008 ed i risultati acquisiti al 30 giugno, si evidenzia che nella seconda metà dell'anno in corso si dovrebbero registrare maggiori uscite e minori entrate di cassa per quasi 20 miliardi di euro rispetto al corrispondente semestre del 2007, ossia una dimensione irrealistica, in particolare per chi fonda il risanamento della finanza pubblica sul controllo della spesa;
la correzione per il 2009 avverrà, infatti, attraverso un aumento della pressione fiscale, che nel quadro programmatico rimane per tutto il periodo di previsione significativamente al di sopra degli andamenti tendenziali, e una riduzione delle spese per gli investimenti, nonostante l'enorme deficit infrastrutturale di cui soffre il Paese. Questo è esattamente il contrario di ciò che sarebbe necessario per rilanciare l'economia;
le imposte vengono aumentate per oltre 5 miliardi l'anno a partire dal 2009 al fine di contribuire a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2011 e l'azione correttiva dal lato della spesa pubblica graverà soprattutto sulla spesa produttiva. Infatti a fronte di una riduzione della spesa corrente primaria di soli 194 milioni di euro per il 2009 (circa 19 miliardi nel triennio 2009-2011) si prevede una riduzione per il prossimo anno di oltre 3 miliardi della spesa in conto capitale, di cui 2,3 miliardi di decremento degli investimenti fissi lordi (rispettivamente, -19,3 miliardi e 12,8 miliardi nel triennio);
sempre sul fronte della spesa, oltre ai previsti risparmi per le amministrazioni centrali per un ammontare pari a circa 14,5 miliardi nel triennio, di cui circa 5 miliardi nel 2009, il DPEF prevede misure specifiche, che si concentreranno in particolare nei settore del pubblico impiego, con un impatto finanziario di 2,1 miliardi di euro nel triennio, della finanza decentrata, dalla quale dovranno provenire 9,2 miliardi di euro di risparmi nel triennio, della sanità, che dovrà fornire risparmi per 3 miliardi complessivi e della previdenza;
questo si tradurrà necessariamente in una riduzione dei servizi sociali, essendo molti di essi forniti dagli enti territoriali;
valutato che:
nonostante si affermi nel DPEF che le «differenze tra Centro-Nord e Mezzogiorno rimangono elevate in termini di reddito procapite e di tassi di occupazione; la crescita potenziale dell'area rimane compressa anche per la minore disponibilità di infrastrutture funzionanti e l'inferiore qualità dei servizi pubblici offerti a cittadini e imprese», è completamente assente qualunque misura di sviluppo in favore del Mezzogiorno, pure così fortemente penalizzato dai provvedimenti sin qui adottati dal Governo, con il taglio di quasi 2 miliardi di euro dedicati alle infrastrutture stradali di Sicilia e Calabria e il sostanziale svuotamento del credito d'imposta per gli investimenti nelle regioni meridionali;
per quanto riguarda le politiche infrastrutturali, lo specifico allegato al DPEF, non esaminato dal Cipe e della Conferenza Stato regioni, nel tracciare «itinerari innovativi» stima in 124 miliardi di euro l'esigenza nei prossimi cinque anni per completare il piano delle opere programmate, quantifica inoltre in 20.252,86 milioni di euro il fabbisogno da reperire per finanziare un elenco di 48 opere da avviare entro il 2013, senza indicare le quote annuali di fabbisogno di competenza e di cassa opera per opera, rinviando ad altri provvedimenti l'entità del rifinanziamento della legge obiettivo, confidando in maniera eccessivamente ottimistica sull'apporto di ingenti risorse private peraltro non rivenienti da operazioni di finanza di progetto;
il miglioramento e il potenziamento della dotazione infrastrutturale, in termini di reti e nodi, di plurimodalità e di logistica, e soprattutto di grandi assi di collegamento costituisce una condizione necessaria per incrementare la competitività del nostro paese, mentre il primo atto concreto del Governo riguardo le infrastrutture è stato il dirottamento delle previste risorse verso la copertura del decreto ICI. Sono state infatti sottratte risorse a favore della statale Jonica (in tutto 305 milioni), della metropolitana leggera di Palermo (240 milioni) e della ferrovia Circumetnea (240 milioni), delle piattaforme logistiche in Sicilia (247 milioni), della superstrada Agrigento Caltanissetta (180 milioni) confermando quale lettura l'attuale Governo dia delle relazioni tra infrastrutture e territorio;
il DPEF tace in merito alle politiche di sicurezza mentre il decreto-legge n. 112 del 25 giugno 2008 riduce le risorse destinate all'ordine pubblico e alla sicurezza di più di 270 milioni di euro per il 2009, di più di 300 milioni di euro per il 2010 e più di 500 milioni di euro per il 2011; lo stesso decreto-legge all'articolo 66 stabilisce per i corpi di polizia una drastica riduzione delle assunzioni con tagli di risorse e di agenti per 6 milioni e 693 mila euro nel 2009, 39 milioni e 901 mila euro nel 2010, di 131 milioni e 837 mila euro nel 2011, di 237 milioni e 602 mila euro nel 2012, di 277 milioni e 945 mila euro nel 2013; ancora il decreto mortifica le Forze di polizia riducendo la progressione automatica delle retribuzioni ed escludendo per le stesse i trattamenti economici aggiuntivi in caso di infermità dipendenti da causa di servizio;
la manovra di bilancio rimette in discussione il Patto per la salute siglato tra lo Stato e le regioni nel 2006 e interrompe il percorso di condivisione, collaborazione e responsabilità tra Stato e regioni, assegnando alla sanità solo il compito di assicurare ulteriori risparmi rispetto al tendenziale che dovrebbero assommare a 2 miliardi di euro per il 2010 e a 3 miliardi per il 2011, senza tener conto che il settore ha già contribuito al riequilibrio dei conti pubblici nel 2007 grazie alla diminuzione del tasso d'incremento pari ora allo 0,9 per cento nonché ad una riduzione del rapporto tra spesa sanitaria pubblica e Pil che è passato dal 6,85 per cento nel 2006 al 6,66 per cento nel 2007;
il DPEF prevede la soppressione non di una sanatoria, come viene definita nel documento stesso, bensì della programmata immissione in ruolo dei precari della scuola, approvata nelle precedenti leggi finanziarie e già avviata dal precedente Governo, che avrebbe portato a termine, entro il 2010, il programma di assunzione di 150 mila docenti e di 30 mila unità di personale ausiliare tecnico amministrativo (ATA). Inoltre, allo scopo di raggiungere un rapporto medio alunni/docenti simile agli altri Paesi europei, si stabilisce il taglio di più di 87 mila cattedre e di circa 43 mila posti per gli amministratori tecnico ausiliari, non considerando che nell'organico dei docenti italiani, a differenza degli altri Paesi europei, sono inclusi i docenti di sostegno, i docenti di religione, la compresenza dei docenti, il tempo pieno nella scuola primaria e il tempo prolungato nella scuola media;
è del tutto assente, al di là di mere enunciazioni, di una reale volontà riformatrice in materia di tutela del cittadino-consumatore attraverso l'adozione di misure concrete, come ad esempio l'abolizione della commissione di massimo scoperto, sollecitata invece nelle loro relazioni annuali dal governatore della Banca d'Italia e dal presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, mentre contestualmente, il decreto-legge n. 112 rinvia l'entrata in vigore della class action;
sul piano industriale della pubblica amministrazione, sulla riforma organica dei sistemi di contrattazione collettiva e della disciplina dei rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, il DPEF è generico e rende impossibile una compiuta valutazione nel merito, mentre le misure del decreto-legge n. 112 del 2008, che per la riduzione della spesa delle amministrazioni statali riproducono la logica dei tagli lineari, non corrispondono alla logica del piano industriale e anzi «precarizzando» i bilanci dei ministeri impediranno qualsiasi seria programmazione;
con riguardo al settore del pubblico impiego, il documento si pone per obiettivo l'esplicita «soppressione della sanatoria per i precari prevista dalle leggi finanziarie» laddove le leggi citate prevedevano un processo di progressiva stabilizzazione per chi avesse superato procedure concorsuali e fosse in possesso di determinati requisiti di anzianità e professionalità. Tale soppressione non potrà non provocare il protrarsi di situazioni di inappropriata applicazione di formule contrattuali flessibili e di disorganicità delle strutture delle amministrazioni pubbliche, a fronte di esigenze istituzionali;
l'analisi della dinamica dell'occupazione denota un'ulteriore flessione degli occupati nel settore industriale e delle costruzioni in un contestuale incremento del settore dei servizi, con inevitabili conseguenze sul piano della produttività complessiva del fattore lavoro nel nostro Paese senza che, al contempo, siano indicate specifiche misure per l'inversione di tale tendenza, elemento del resto confermato dall'abbandono di ogni riferimento agli obiettivi previsti dalla strategia di Lisbona (mai citata nell'intero documento) sia per quanto riguarda la riduzione delle disparità a livello regionale, nel campo occupazionale e del lavoro irregolare, sia per quanto concerne una strategia globale di apprendimento continuo, sia per quanto riguarda l'incremento dell'occupazione femminile;
viene del tutto omessa qualsiasi attenzione alla proiezione internazionale dell'Italia, ignorando il tema della razionalizzazione della nostra rete diplomatico-consolare e della qualificazione dei suoi servizi, specie nel campo dell'assistenza alle nostre aziende nonché trascurando il tema del percorso finanziariamente sostenibile per avvicinarci all'obiettivo di destinare lo 0,7 per cento del Pil all'aiuto pubblico allo sviluppo, oggetto di impegni assunti dall'Italia in sede internazionale;
viene evitato qualsiasi riferimento al settore della difesa e della sicurezza, colpiti da tagli drastici nei provvedimenti anticipatori o collegati alla legge finanziaria presentati contestualmente al DPEF, determinando così l'impressione di una volontà politica di ridurre servizi e funzioni che sarà possibile svolgere senza peraltro progettare un modello alternativo per lo strumento militare e per le forze dell'ordine in grado di rendere compatibili le previste riduzioni con le necessità impellenti del Paese;
quanto alle misure specifiche sulla giustizia, il documento non si occupa affatto di interventi strutturali menzionando solo la futura informatizzazione senza alcuna indicazione di investimenti di spesa ed ignorando tutte le misure necessarie a riorganizzare l'intero sistema, dedicando solo un rigo a parziali elementi di riforma del processo civile. Inoltre, non vengono considerati investimenti di spesa su formazione professionale, riforma delle professioni, ufficio del processo e semplificazione dei riti;
il rafforzamento del sistema agroalimentare ha importanza strategica per lo sviluppo equilibrato di un paese come l'Italia. Il settore ha, infatti, confermato negli ultimi anni il ruolo propulsivo per lo sviluppo socio-economico del Paese e dei territori rurali, ed ha consolidato l'affermazione di modelli di sviluppo sostenibile resi quanto mai necessari per offrire risposte efficaci ai nuovi scenari energetici e ai processi di cambiamento in atto, mentre il DPEF nulla prevede al riguardo, anche in merito all'eventuale proroga delle agevolazioni fiscali vigenti;
il DPEF non contiene né una parte esplicitamente dedicata all'ambiente, né indirizzi di politica economica e finanziaria coerenti con una strategia di sostenibilità ambientale dello sviluppo, completamente ignorando lo stato di attuazione degli impegni per la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, in coerenza con gli obblighi derivanti dall'attuazione del Protocollo di Kyoto;
lo stesso documento di programmazione non considera inoltre grandi priorità nazionali la difesa del suolo per la prevenzione di frane e alluvioni, il potenziamento e l'ammodernamento delle reti idriche, il rilancio dell'azione pubblica sulla raccolta differenziata dei rifiuti; impegna il Governo a rivedere il quadro tendenziale di finanza pubblica al fine di stimare in termini realistici l'indebitamento delle pubbliche amministrazioni per il 2008 e gli anni successivi, così da far emergere il minor livello di indebitamento e, pertanto, la necessità di una minore manovra netta, come del resto dimostrato dagli andamenti per l'anno in corso delle spese e delle entrate fiscali;
a ridurre la pressione fiscale nei confronti dei percettori di redditi di lavoro e di pensione attraverso l'innalzamento delle detrazioni dall'imposta sul reddito delle persone fisiche, per un importo medio di 250 euro, ovvero mediante un assegno o una maggiorazione della pensione per i contribuenti incapienti, in alternativa alla carta per la spesa che, viste le esigue risorse per essa previste, pari a 200 milioni di euro per il solo 2008, equivarrebbe a circa due euro al mese per i pensionati al di sotto di mille euro di pensione;
a introdurre una detrazione fiscale specifica per le madri lavoratrici al fine di contribuire alla copertura dei costi connessi alla cura dei figli;
a introdurre, a valere sulla quota a carico dei lavoratori e senza riflessi sui diritti pensionistici, un incentivo contributivo automatico sulla parte di retribuzione legata alla produttività;
a portare l'inflazione programmata ad un livello sostanzialmente coerente con il mandato della BCE;
ad adoperarsi in favore dell'incremento del grado di concorrenza a vantaggio e a tutela del cittadino-consumatore, mediante la soppressione della commissione di massimo scoperto e la garanzia della piena operatività delle misure relative alla portabilità dei mutui, nonché a impedire con ogni mezzo che gli inasprimenti fiscali della cosiddetta «Robin tax» possano scaricarsi sui consumatori finali;
a mantenere fermo il principio della ripartizione territoriale del Fondo per le aree sottoutilizzate, che prevede che almeno l'85 per cento delle risorse sia destinato alle aree sottoutilizzate del Mezzogiorno, elemento imprescindibile per la realizzazione di una politica di coesione, nonché a confermare l'obiettivo programmatico di destinare almeno il 45 per cento della spesa complessiva nazionale in conto capitale al Mezzogiorno, quota necessaria per avviare un processo di riequilibrio della dotazione di infrastrutture dell'area. Inoltre, a restituire piena operatività agli strumenti automatici di incentivazione, quale il credito d'imposta sugli investimenti nel Mezzogiorno, la cui efficacia risulta vanificata dal ripristino dei tetti finanziari e dagli appesantimenti amministrativi connessi al meccanismo della prenotazione, già deleteri nell'esperienza passata, previsti dal decreto-legge n. 97 attualmente all'esame del Parlamento;
a porre in essere una efficace selezione delle priorità e una pianificazione finanziaria da elaborare e aggiornare senza demagogia in funzione delle fonti e degli strumenti utilizzabili assicurando un percorso di crescita delle risorse pubbliche destinate ad investimenti infrastrutturali secondo un trend costante nel tempo, indicando in modo certo e puntuale gli impegni finanziari, ripristinando una seria ed organica programmazione d'intesa con la Conferenza Stato-regioni, coerente con le decisioni che l'Unione europea ha già preso o si sta accingendo a prendere;
per quanto concerne le politiche relative alla sicurezza e al soccorso pubblico, a non agire secondo linee di riduzione delle risorse ad essi destinate ma piuttosto a procedere alla razionalizzazione del sistema, garantendo il miglior utilizzo delle dotazioni organiche, anche attraverso la riduzione del personale delle Forze di polizia addetto a funzioni meramente amministrative, e il soddisfacimento delle esigenze organizzative e materiali del Corpo nazionale dei vigili del fuoco e dei soggetti operanti nel sistema della protezione civile;
a garantire, nel rispetto degli obiettivi e delle procedure individuate con il Patto per la salute, siglato tra lo Stato e le regioni nel 2006, adeguate risorse e un assetto del Servizio sanitario nazionale in cui, a fianco dell'autonomia gestionale e della responsabilità di bilancio delle regioni, lo Stato svolga un ruolo, essenziale per l'unitarietà del sistema e per la garanzia del diritto fondamentale alla salute, di coordinamento degli obiettivi di salute, di promozione dell'appropriatezza delle prestazioni e di rigore finanziario;
per quanto riguarda la scuola, a definire un modello organizzativo del sistema che, tenendo conto delle specificità del sistema italiano, consegua un rapporto medio alunni/docenti adeguato agli standard degli altri Paesi europei, allo scopo assicurando le risorse necessarie a garantire la qualità dell'istruzione del sistema scolastico e didattico;
a ridurre le spese per consulenze dello Stato;
ad adoperarsi in ogni modo per il contrasto all'evasione, al lavoro nero e al riciclaggio di denaro.
(6-00001) «Baretta, Soro, Bersani, Ventura, Sereni, Bressa, Boccia, Calvisi, Capodicasa, Cesario, Duilio, Genovese, Marchi, Cesare Marini, Misiani, Nannicini, Andrea Orlando, Rubinato, Vannucci».