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Atto a cui si riferisce:
C.1/00045 [Politiche di lotta alla povertà e al disagio sociale]



Atto Camera

Mozione 1-00045 presentata da ANTONIO PALAGIANO testo di lunedì 29 settembre 2008, seduta n.056
La Camera,

premesso che:


secondo i dati Istat, nel nostro Paese risultano povere 2 milioni 623 mila famiglie, che rappresentano l'11,1 per cento delle famiglie residenti; si tratta di oltre 7 milioni e mezzo di persone, pari a circa il 13 per cento della popolazione, ma con un forte evidente squilibrio territoriale. Una povertà, infatti, per lo più diffusa nell'Italia meridionale e insulare, dove il 22,6 per cento delle famiglie residenti risulta sotto la linea di povertà e dove risiede ben il 65 per cento del totale delle famiglie povere italiane. Una povertà che assume, quindi, inevitabilmente, il carattere di fenomeno sociale;


se si considerano le famiglie numerose, la situazione al Sud diventa drammatica: in questo caso le famiglie con tre o più figli minori considerate povere sfiorano il 50 per cento delle famiglie residenti, a dimostrazione del forte legame esistente tra povertà e dimensione familiare;


la soglia di povertà relativa, calcolata sulla spesa familiare per consumi, nel 2006 è stata fissata a circa 970 euro mensili per una famiglia di due persone;


il rapporto Istat sulla povertà relativa in Italia nel 2006 stima anche un altro dato importante: sono poco meno di due milioni le famiglie non povere, ma che sono tuttavia a rischio di indigenza (ossia quelle che si trovano appena sopra la soglia di povertà, in una condizione di incertezza economica tale per cui basterebbero interventi mirati, probabilmente anche minimi, per fare la differenza e far uscire queste persone da un'area di rischio);


il rapporto Eurispes 2005 parla della società dei tre terzi: «un terzo vive all'interno di una zona di sicuro disagio sociale e indigenza economica, un terzo appare assolutamente garantito e la fascia centrale (i ceti medi) vive in una condizione di instabilità e di precarietà». La stessa Caritas segnala come sempre più spesso i suoi «utenti» appartengano a classi sociali tradizionalmente lontane dalla fruizione dei servizi di assistenza dell'associazione;


le rilevazioni ufficiali e i dati statistici relativi alle persone in difficoltà, se consentono di delineare un quadro chiaro e significativo del problema, spesso non riescono ad intercettare una ben più vasta area di povertà materiale e di esclusione ufficiale;


la situazione di disagio sociale ed economico di una quota consistente di nuclei familiari, spesso conseguente alla mancanza di lavoro o all'insufficienza del reddito, si lega anche ad altre cause: difficoltà abitative, problemi di salute, il risiedere in aree del Paese sprovviste di determinati servizi di assistenza e di tutela dell'infanzia, la presenza di anziani con problemi di autosufficienza, la numerosità del nucleo familiare;


la sostanziale stabilità della povertà in questi ultimi anni indica, peraltro, la poca incisività delle politiche di contrasto che sono state adottate fin qui e la loro poca capacità di ridurne progressivamente le dimensioni;


siamo peraltro in presenza di una contrazione della classe media e di una riduzione delle pari opportunità di mobilità in salita tra le diverse classi sociali, che va vista con preoccupazione nel lungo periodo, in quanto può costituire un vulnus per la vita sociale e democratica del Paese;


l'Italia utilizza circa un quarto del prodotto interno lordo per la protezione sociale, in linea con alcuni Paesi europei, ma comunque inferiore a Belgio, Austria, Francia, Germania, Danimarca e Svezia. Delle risorse complessive stanziate per le politiche sociali, più della metà della spesa è destinata alle pensioni, un quarto per la voce «sanità» e meno del 12 per cento viene destinato alla voce «assistenza sociale»;


il principale strumento per il finanziamento degli interventi e dei servizi sociali è rappresentato dal fondo nazionale per le politiche sociali, le cui risorse sono stabilite annualmente dalla legge finanziaria. Sebbene però si sia avuto un incremento negli ultimi due anni, le risorse complessive assegnate al fondo nel 2007 risultano solo lievemente superiori a quelle stanziate nel 2001;


fattore casa, contrazione del welfare, precarizzazione del lavoro, riduzione del potere d'acquisto sono i principali fattori che favoriscono il processo di impoverimento e moltiplicano la vulnerabilità e l'incertezza, estendendole a fasce sociali fino a qualche anno fa relativamente al sicuro;


circa 2 milioni e mezzo di famiglie hanno un mutuo a carico per un esborso medio annuo di 5,5 mila euro (14 per cento della propria spesa). Il 19 per cento delle famiglie in affitto spende, per l'affitto, 5 mila euro all'anno (18 per cento della spesa complessiva);


se circa l'80 per cento dei cittadini risultano proprietari di casa, l'emergenza abitativa continua a costituire una delle cause principali dello stato di povertà e di sofferenza per molta parte dei cittadini e delle famiglie con reddito medio-basso, ossia proprio quelle che hanno grandi difficoltà a pagare un affitto sul libero mercato, ma non sono così povere per poter avere diritto ad una casa popolare. Se si vuole intraprendere una politica efficace nei confronti dei ceti più deboli è indispensabile, quindi, proseguire e intensificare gli interventi a favore di chi deve pagare l'affitto e mettere in atto una vera politica per la casa;


altro fattore critico è certamente il lavoro, sia in relazione alla difficoltà di accedere al mercato del lavoro, che in relazione alla sua precarizzazione (ciò riguarda prevalentemente giovani e donne). Tutto questo può rappresentare un'ulteriore causa di sofferenza sociale ed economica per una fetta non piccola della popolazione. La disoccupazione, così come la sottoccupazione o la «malaoccupazione», costituiscono un problema che porta con sé pericoli crescenti di disgregazione sociale, di allargamento della fascia di povertà, di sovraccarico sulle famiglie;


secondo l'Istat circa il 45 per cento dei giovani fra i 25 e i 34 anni (quasi quattro milioni di persone) vive ancora con i genitori. Dato un tasso di occupazione dei giovani pari al 50-60 per cento, diventa ipotizzabile valutare che quasi due milioni di loro, pur avendo già trovato un lavoro, non abbia i mezzi per poter in autonomia andare a vivere fuori dalla famiglia. In questo scenario e con queste prospettive, si può anche spiegare il basso tasso di natalità italiano: molte famiglie scelgono di non fare un secondo o terzo figlio semplicemente perché non se lo possono permettere;


la stessa indagine sui bilanci familiari della Banca d'Italia riporta come la quota di individui poveri di reddito decresce sistematicamente rispetto all'età, ossia che il rischio di povertà sia superiore per i giovani rispetto agli anziani, mentre trent'anni fa la situazione era inversa. A conferma dei suddetti dati, anche il rapporto Eurispes 2008 parla di un aumento della povertà nel Paese e di una povertà sempre più «giovane». Al Nord, in un solo anno, le famiglie povere con a capo un giovane con meno di 35 anni sono passate dal 2,6 per cento del 2004 al 4,8 per cento del 2005, mentre al Sud si è verificato un aumento dal 23,5 per cento al 24,9 per cento;


l'altro anello debole è costituito dalle caratteristiche dell'occupazione femminile, ossia dalle maggiori difficoltà che ancora oggi una donna incontra nel mercato del lavoro;


nonostante la creazione tra il 2004 e il 2006 di un milione di posti di lavoro per le donne, il tasso di occupazione femminile, pari al 50,8 per cento nel 2006 (nel 2000 era al 48,4 per cento) pone l'Italia all'ultimo posto nella graduatoria europea del livello di attività;


in questo ambito è, quindi, indispensabile individuare efficaci politiche attive del lavoro che puntino a favorire la buona e stabile occupazione femminile nel nostro Paese. Per far ciò, dette politiche non possono non intrecciarsi inevitabilmente con le esigenze di cura della famiglia e, quindi, anche con un aumento dell'offerta qualitativa e quantitativa della scuola, del tempo pieno, dei servizi socio-educativi per l'infanzia;


l'assenza o l'insufficienza nell'offerta di questi servizi finiscono evidentemente per scoraggiare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, facendole rinunciare;


vanno, quindi, individuate e messe in campo azioni positive per la sperimentazione di forme di flessibilità dell'orario di lavoro, di part-time, di telelavoro, con l'obiettivo di salvaguardare il diritto delle donne alle pari opportunità sul lavoro, il diritto alla progressione di carriera e, contestualmente, vanno realizzate misure a sostegno della conciliazione dei tempi di lavoro e di cura della famiglia;


un'inflazione al 4,1 per cento, ossia su valori che non si registravano dal 1996, si traduce inevitabilmente in una riduzione del potere d'acquisto, soprattutto dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, con effetti evidenti in termini di aumento dei nuovi poveri e di maggior disagio sociale;


secondo l'ultima indagine sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d'Italia, nel periodo 2000-2006, il reddito reale delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente è rimasto sostanzialmente lo stesso (+ 0,3 per cento); dato, peraltro, rafforzato dalla serie storica delle indagini sempre della Banca d'Italia, che ci conferma come la crescita praticamente vicina allo zero dei redditi reali dura ormai da circa dieci anni;


secondo il rapporto annuale Istat 2007, il 15 per cento delle famiglie non arriva alla quarta settimana, il 6,2 per cento ritiene di non potersi permettere un'alimentazione adeguata;


passaggio ineludibile, se si vuole realmente intervenire per sostenere e far recuperare potere d'acquisto ai lavoratori dipendenti, è iniziare ad operare la restituzione ai suddetti lavoratori e ai pensionati del fiscal drag, ossia di almeno una parte del maggior prelievo fiscale conseguente alla crescita monetaria ma non reale del proprio reddito a seguito dell'inflazione;


nell'ambito delle politiche di contrasto della povertà e del disagio, è indispensabile intervenire con interventi fiscali mirati nei confronti degli incapienti, ossia di quei circa 5 milioni di persone, di cui oltre la metà pensionati, che, proprio per il loro basso reddito, sono nell'impossibilità di godere di qualunque deduzione e/o detrazione. Già nel 2007, con il decreto-legge n. 159 del 2007, si era intervenuti a favore di questi soggetti, ma è evidente come sia indispensabile intervenire in modo strutturale;

risulta evidente che le politiche fiscali non possono soddisfare del tutto il bisogno di protezione sociale delle famiglie, ma è indispensabile che dette politiche debbano essere integrate con efficaci politiche dei servizi, nell'ambito dell'istruzione, della salute, del lavoro,
impegna il Governo:
a rafforzare le politiche di contrasto alla povertà e al disagio, incentivando programmi che sostengano progetti in favore dei cittadini più in difficoltà attraverso un piano nazionale di lotta alla povertà, che possa contare su risorse annuali certe, con il coordinamento tra i vari soggetti istituzionali (locali, regionali, nazionale) e il contributo di soggetti pubblici o privati comunque operanti sul territorio, in grado di dare risposte efficaci alla molteplicità dei bisogni esistenti;

a ridurre le disparità territoriali nel settore dell'assistenza e dei servizi sociali nel nostro Paese, garantendo l'uniformità dei diritti essenziali su tutto il territorio nazionale;

a predisporre forme efficaci di monitoraggio e di controllo, al fine di verificare la qualità e la quantità dei servizi alla persona resi dagli enti locali, provvedendo eventualmente a subentrare, come previsto espressamente dall'articolo 120 della Costituzione, all'azione degli enti territoriali interessati, qualora inadempienti in materia di tutela dei livelli essenziali delle prestazioni con riguardo ai diritti sociali;

ad incrementare una politica efficace di sostegno alla non autosufficienza, stanziando adeguate risorse finanziarie da integrare con cofinanziamenti degli enti territoriali interessati, attraverso un programma di sostegno alle famiglie e agli anziani, rafforzando l'assistenza domiciliare, anche attraverso la predisposizione di opportuni incentivi;

a prevedere interventi di riduzione dei costi dei servizi per le famiglie con un numero di figli superiore a tre;

ad aumentare le risorse a favore dello sviluppo del sistema dei servizi socio-educativi per l'infanzia, garantendone l'attuazione e l'uniformità delle prestazioni su tutto il territorio nazionale, confermando il tempo pieno in ambito scolastico;

a sostenere politiche attive e incentivi mirati a favore di chi ha redditi bassi e discontinui e ad incrementare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, anche attraverso misure a sostegno della conciliazione dei tempi di lavoro e di cura della famiglia, al fine di favorire il superamento delle famiglie monoreddito;

a introdurre nuove forme di sostegno per i lavori cosiddetti atipici;

ad individuare opportuni strumenti atti a favorire l'accesso al credito bancario, con particolare riguardo ai lavoratori atipici, finalizzato all'acquisto della prima casa, consentendo loro di avere maggiori certezze per poter costruire un proprio progetto di vita;

ad intervenire con risorse adeguate per il finanziamento di interventi per la riduzione del disagio abitativo;

a porre l'aumento del costo della vita tra le priorità assolute dell'azione del Governo e a mettere in atto un'efficace politica economica, in grado di contrastare un'inflazione in continua crescita che sta mettendo in crisi migliaia di famiglie italiane, che vedono ridursi pericolosamente il loro potere d'acquisto;

a predisporre interventi fiscali finalizzati a ridisegnare una curva redistributiva più favorevole ai redditi medio-bassi;

ad intervenire concretamente per tutelare quelle categorie più penalizzate da un'inflazione in costante crescita, quali i percettori di redditi da lavoro dipendente, i pensionati, le famiglie monoreddito, anche attraverso la restituzione del fiscal drag, con particolare riguardo ai contribuenti con più basso reddito;

a prevedere interventi strutturali di carattere fiscale per i cittadini incapienti;

a presentare all'Unione europea entro i termini previsti le relazioni strategiche nazionali sulla protezione sociale e l'inclusione sociale per il biennio 2008-2010 e a tradurre in piani e azioni nazionali gli obiettivi comuni previsti in materia di inclusione sociale, pensioni e cure sanitarie.

(1-00045)
«Palagiano, Mura, Borghesi, Donadi, Zazzera».