Camera, disegno di legge   presentato da Franco ASCIUTTI (PdL)

Valorizzazione del sistema dell'alta formazione e specializzazione artistica e musicale

  • presentato il: 01/12/2011
  • tipo di iniziativa: Parlamentare
  • link alla fonte
  • ultimo status: 21/12/2012 Camera: in corso di esame in commissione
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iter parlamentare del disegno di legge:  
  • 16/07/2009S.1693

    presentato al Senato

  • 30/11/2011S.1693

    approvato al Senato

  •  C.4822

    da approvare alla Camera

  •  

    diventa legge

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1 C. 4822 Proposta di legge trasmessa dal Senato il 1° dicembre 2011 6  
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Un provvedimento legislativo discutibile e pure inefficace nella maggior parte delle diverse e disorganiche norme che lo compongono. Ma anche, e qui sta il punto (sul quale la disinformazione generale fa il paio con certa diffusa mala fede di troppi addetti ai lavori ...), dannosissimo e a dubbia prova di legittimità costituzionale per quanto riguarda l'ivi prevista equiparazione all'intero corso di studi riformato del 3+2, ma solo nel Conservatorio di musica (altra storia quella dell'Accademia di BB.AA.!), dei diplomi accademici tradizionali - da quinquennali a decennali: del tutto atipici rispetto l'ordinamento scolastico ed universitario di ieri e di oggi e sperimentalmente rielaborati in adattamento al sistema universitario, e dunque stabilizzati con la loro messa ad ordinamento, nei loro ultimi e conclusivi tre anni (per lo più afferenti ai corsi superiori) negli attuali trienni accademici! La questione è complessa e non può risolversi con sbrigative affermazioni di fede che risultano meramente ideologiche. Pertanto si rinvia all'ampia discussione ancora attiva al seguente Forum:

Forum III sul DDL 4822 – già DDL 1693 –“Valorizzazione dell’Afam” (aggiornato al 15/09/12)

inserito in: http://musicaemusicologia.wordpress.com/category/forum/

Di seguito l'articolo che ha dato l'avvio al Suddetto Forum nell'oramai lontano dicembre 2011.

[1° intervento]

DDL 1693 e valorizzazione dell’Afam: il punto sulla riforma

di Mario Musumeci

Il disegno di legge approvato

In data 30 novembre 2011 il DDL n. 1693 di “Valorizzazione del sistema dell’alta formazione e specializzazione artistica e musicale” è stato approvato dall’aula del Senato e trasmesso alla Camera dei Deputati per l’approvazione definitiva. Esso contribuirebbe certo in modo rilevante alla compiuta attuazione della legge n. 508 del 21 dicembre 1999 di riforma delle Accademie di belle arti, dell’Accademia nazionale di danza, dell’Accademia nazionale di arte drammatica, degli Istituti superiori per le industrie artistiche, dei Conservatori di musica e degli Istituti musicali pareggiati.

E ciò, nonostante che qualche disposizione, almeno al modo qui prevista, trovi sicuramente seri problemi nella propria stessa compiuta attuazione.

Se si dispone infatti l’ormai da tempo attesa equipollenza dei diplomi accademici di I e II livello alle lauree universitarie umanistiche (classi di laurea L3 e L4 per le lauree e LM 4, LM 89, LM 45 e LM 12 per le lauree magistrali), “ai fini dell’ammissione ai pubblici concorsi per l’accesso alle qualifiche funzionali del pubblico impiego per le quali ne è prescritto il possesso”, si prevede anche l’incongrua ed erratissima equipollenza dei diplomi di vecchio ordinamento ai diplomi accademici di II livello (a loro volta equiparati alle lauree magistrali). Incongruente quanto meno nell’ancora attuale permanere ad esaurimento di diplomi tradizionali accanto ai diplomi accademici triennali di nuovo ordinamento neo-stabilizzati, ma funzionanti nelle istituzioni accademiche musicali da circa un decennio. E certamente ben configurati, per impianto pluridisciplinare, come effettive lauree di primo livello a fronte dell’atipicità dei vecchi e superati diplomi conservatoriali, da quinquennali a decennali per durata e per di più con ridottissimi impianti pluridisciplinari di sostegno. Gli studenti laureati nel triennio si troverebbero così ad essere superati dai loro colleghi rimasti, per la comodità del minore carico di studio, nel tradizionale: il quale da equiparato – e già non del tutto giustamente – al triennio stesso addirittura lo scavalcherebbe, includendo nel detto diploma accademico tradizionale anche le competenze specialistiche del biennio magistrale. Un’ingiustizia che, per la sua enormità, provocherebbe con ogni probabilità un contenzioso infinito e soprattutto di livello costituzionale.

Altre sviste o miopie di una pur moderna visione culturale?

La previsione dell’istituzione, certo opportuna, di un Consiglio Nazionale degli Studenti di Accademie e Conservatori (CNSAC), analogo al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU), non è supportata da alcun finanziamento. Insomma si prevede che le relative attività, comportanti quanto meno trasferimenti a lunghe percorrenze per le riunioni dell’organo istituzionale, debbano avvenire ad esclusivo carico economico degli studenti interessati! E qualche dubbio andrebbe pure posto rispetto la drastica e incomprensibile riformulazione delle norme riguardanti la composizione del Cnam, il consiglio nazionale di rappresentanza dell’Afam. Che, per la prevista eccessiva presenza di plurime componenti minoritarie, sembrerebbe sospinto verso una delegittimazione della propria funzione istituzionale, a favore di una qualità rappresentativa più politico-sindacale.

Altri provvedimenti risulterebbero utili, seppur già fossero previsti dalla legge 508 del lontano 1999 ma mai portati ad attuazione, vuoi per l’inerzia delle singole istituzioni, vuoi per il mancato supporto e l’incentivazione adeguata da parte degli organi ministeriali preposti. E si va dalla possibilità di ammettere alla frequenza del Conservatorio i talenti precoci iscritti presso le scuole medie ad indirizzo musicale o presso i licei musicali; la quale era già implicita nella possibilità poco o per niente considerata delle convenzioni inter-istituzionali “verticali” – previste tra Conservatori e scuole secondarie ad indirizzo musicale. E ancora dalla già prevista – sempre dalla legge 508/1999 – messa ad ordinamento dei corsi accademici biennali di II livello. Tuttora considerati come sperimentali e forse mai realmente decollati sul piano qualitativo data l’eccessiva disparità di ordinamento tra le diverse sedi, seppure più diffusi sul territorio nazionale degli stessi trienni accademici.

Fino all’istituzione dei Politecnici delle Arti che era già anch’essa contemplata nella possibilità, poco o per niente attuata, delle convenzioni interistituzionali “orizzontali” tra le diverse istituzioni dell’Afam, e anche con facoltà universitarie. Adesso i Politecnici delle arti sono riferiti esplicitamente solo a istituzioni dell’Afam e costituiscono innanzitutto effettivi accorpamenti inter-istituzionali: enti che “subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi alle istituzioni in essi confluite, che mantengono la loro denominazione configurandosi in un massimo di cinque facoltà: arti visive, arte musicale, arte drammatica, arte coreutica, design.” Con la previsione di comuni figure di gestione: rettore, senato accademico, consiglio di amministrazione, direttore amministrativo, etc… Se dunque paiono interessanti tali previsioni che ancor più accomunerebbero le istituzioni dell’Afam alle istituzioni universitarie è però lecito domandarsi come, quando e perchè tali accorpamenti debbano attuarsi, soprattutto con quali incentivi a fronte dei palesi disincentivi già prefigurati attraverso l’unificazione delle figure di gestione amministrativa: i restanti direttori amministrativi, ad esempio, andrebbero in esubero, pure a fronte della mole di lavoro attuale che già in più casi ne comporta due e non uno per alcune singole amministrazioni? E, ancora, perchè (peraltro giustamente) prevedere possibilità di unificazione delle dette facoltà dell’Afam e non includervi anche la facoltà di Lettere, atteso che proprio il Dipartimento di arti, musica e spettacolo (Dams) ivi inserito, è quanto di culturalmente e formativamente più interagente possa immaginarsi rispetto gli studi conservatoriali riformati? E forse che, in una visione interdisciplinare più attuale e conforme ai nostri tempi, gli statuti di performativa creatività, tipici dell’Afam, non siano bene esprimibili in analogia con quelli degli studi umanistici, in quanto riferiti anch’essi ad attività creative e performative di primario risalto intellettuale, dunque dotate di artistica intrinsecità? E non è proprio in tale direzione che si è implicitamente espressa la sopra richiamata equipollenza dei titoli?

Un’autonomia priva di adeguati supporti finanziari e organizzativi

Peraltro sempre a fronte della tanto auspicata definitiva equiparazione delle istituzioni Afam alle Università, per quanto riguarda strutture e personale oltre che titoli rilasciati, è stato solo accolto come ordine del giorno un importante emendamento sulla definitiva equiparazione dei docenti dell’Afam ai professori universitari; impegnando pertanto il Governo ad affrontare e risolvere la questione. Certo fastidiosa in tempi di rigido contenimento della spesa, ma conditio sine qua non per il compiuto decollo del sistema formativo accademico: come si può pretendere spontaneamente e a costo zero un incremento della qualificazione professionale e un notevole carico di maggior impegno lavorativo? E in effetti traspare non poco dalle ormai solite, e diffuse nel DDL, previsioni di interventi normativi “senza oneri economici da parte dell’Amministrazione” la precisa volontà di un reale disimpegno. Certamente biasimevole a fronte delle tante belle parole che si continuano a spendere nelle più diverse sedi istituzionali e politiche a favore delle arti e rivolte ad una nazione, l’italiana, che nelle arti tutte ha da secoli elaborato il meglio del suo dna. Analogamente è stata blandamente accolta la raccomandazione di provvedere in qualche modo alla stabilizzazione del personale precario di cui alla legge 143. E ciò a fronte di una gran quantità di personale docente in servizio da un decennio e oltre, e mai stabilizzato seppure assunto di anno in anno su cattedra disponibile. Mentre sono stati giustamente bocciati alcuni emendamenti ritenuti dilatori della definitiva stabilizzazione dei nuovi ordinamenti, quali una norma che avrebbe permesso ai privatisti di concludere gli studi da esterni entro il 2017/2018 e una disposizione che avrebbe consentito ai direttori in servizio di rimanere tali fino al trattamento di quiescenza, a fronte di una carica elettiva provvisoria statuita da oltre un decennio, a durata rigorosamente limitata per numero di mandati. Infine non si comprende sia lo spirito che il senso letterale di una specifica e oscura disposizione – forse riferita alle simultaneità di frequenza di più corsi conservatoriali? – che prevede che agli studenti dei Conservatori venga consentita la frequenza di “non più di due corsi nell’ambito dei corsi di vario livello afferenti alle scuole”. Nè sembra utile ad alcunché nella sua ovvietà la specifica e sporadica indicazione che “Tra i titoli validi per accedere all’insegnamento del canto nei Conservatori di musica può esservi anche una comprovata esperienza in una delle fondazioni lirico-sinfoniche italiane.”

Non poche dunque le “sviste” nel testo normativo in corso di approvazione definitiva (ma senza le opportune correzioni?). Così il relativo compimento di percorso rischia, a sua volta, di rimanere l’ennesima incompiuta e insufficiente attuazione. Niente di nuovo: se, a distanza di undici anni dalla emanazione della legge 21 dicembre 1999 n. 508, la riforma in senso universitario delle Accademie e dei Conservatori non è stata ancora pienamente attuata, neppure ad essa si è accompagnata l’indispensabile e compiuta riforma dell’istruzione musicale e coreutica di base. Rimangono vaghi e non definiti i programmi musicali delle scuole medie ad indirizzo musicale, con specifico riguardo alle esigenze di verticalizzazione degli studi musicali professionali e del loro precoce impianto. Anzi proprio al proposito non è previsto un indirizzo musicale o coreutico nella scuola primaria e non è previsto l’indirizzo coreutico nella scuola secondaria di I grado. E ancora pochissimi e del tutto insufficienti al fabbisogno sono i licei musicali e coreutici istituiti dalla recente riforma della scuola secondaria superiore. In tali condizioni non si comprende come e dove si debbano preparare i giovani musicisti o danzatori per accedere, dopo gli istituti secondari, ad un’alta formazione musicale o coreutica di livello universitario; effettivamente corrispondente alle previsioni sia del nostro ordinamento costituzionale, sia del contesto europeo in cui lo stesso si colloca oramai da oltre un decennio. Rischiamo di mantenere un gap sempre più insostenibile rispetto i paesi europei meglio posizionati.

(Mario Musumeci – Articolo pubblicato su La Tecnica della Scuola n. 8 del 20 dicembre 2011)

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