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Atto a cui si riferisce:
C.4/12059 [Figli minorenni allontanati dai genitori Lorena e Delfino Covezzi]



Atto Camera

Risposta scritta pubblicata mercoledì 3 agosto 2011
nell'allegato B della seduta n. 512
All'Interrogazione 4-12059 presentata da
EMERENZIO BARBIERI
Risposta. - Il 12 novembre 1998, Lorena Morselli, insegnate e Delfino Covezzi, lavoratore ceramico, incensurati e stimati coniugi di Massa Finalese Modena, vengono privati dall'Autorità giudiziaria dei loro quattro figli minorenni.
La data segna l'inizio di un'interminabile catena di provvedimenti che, assunti nell'esercizio di pubblici poteri previsti per la protezione e la tutela dei diritti dell'infanzia, si abbattono su un intero nucleo familiare, destrutturandolo, perché ritenuto l'epicentro delle più efferate nefandezze.
Per oltre 13 anni, la cronaca giudiziaria diffusa dall'informazione locale e nazionale narra tutte le tappe del lungo accertamento della verità. Descrive dettagliatamente la sequela d'orrori che compongono il quadro accusatorio e di cui la magistratura inquirente ritiene i coniugi Covezzi prima ignari favoreggiatori e poi coartefici. Narra come la famiglia sia stata interamente smembrata, ognuno dei quattro figli istituzionalizzato in un contesta familiare diverso da quello di riferimento e sradicato dal suo ambiente scolastico e sociale.
I resoconti giornalistici non mancano, però, di dare anche conto dei dubbi che colgono una larga parte dell'opinione pubblica circa la credibilità delle notizie diffuse sulle accuse, sulle risultanze investigative e sulla congruità dei gravi provvedimenti cautelari assunti dalla magistratura. Pur sgomenta dalla qualità delle vittime e dell'enormità delle brutalità ipotizzate a loro carico, prodromiche a istintive tendenze colpevoliste, la maggior parte della gente, in questo caso, si mostra innocentista. Si è, infatti, diffusa una sorta d'immedesimazione collettiva con gli accusati a causa della personalità degli stessi, dell'assurdo e confuso quadro accusatorio, delle evidenti lacune e contraddizioni investigative e per l'impressione prodotta dai danni collaterali cagionati dall'inchiesta.
In particolare, la comunità dove vivono gli indagati non ha mai smesso di rimanere unanimemente incredula. Ritiene inverosimile che possano essere avvenuti e ancor meno sfuggiti fatti tanto gravi che apprendono dalla stampa e dalla televisione, ma di cui, nel loro piccolo centro, non hanno mai sentito parlare. Deplora lo stravolgimento dei connotati umani e sociali di Delfino Covezzi e Lorena Morselli, che conosce come persone miti, unanimemente considerate e stimate.
Ritiene, infine, che l'accertamento di fatti, anche se così gravi, non possa comportare senza le debite e riscontrate giustificazioni lo strazio inflitto alla sfera affettiva di ragazzini che hanno visto nascere e crescere senza problemi e nell'amore della loro famiglia. Ogni componente della piccola collettività non si sente più sicuro. Teme che un domani i modi usati per i Covezzi possano sconvolgere anche la loro vita.
Dagli atti resi pubblici del procedimento, il ruolo svolto dai servizi sociali sembra aver tracimato dalle ordinarie competenze e appare eccessivo il peso determinante avuto dagli esiti peritali. Le pratiche e gli atti tecnici di entrambi gli apparati professionali sembrano aver eccessivamente influenzato e indirizzato il procedimento: nell'assunzione e valutazione della notizia, nella selezione dei credibili indizi, nell'effettuazione dei riscontri di natura psico e anatomopatologica, nell'assegnazione e gestione dei bambini, nella genesi del libero convincimento del giudice e nella determinazione delle relative decisioni.
Gli organi d'informazione danno anche risalto all'allarme lanciato in sede scientifica, politica, parlamentare e di governo circa le insidie e l'elevato margine di errore che in generale si riscontra sui casi di pedofilia di gruppo, rituale e seriale, e sui fattori di rischio altamente distorsivi della realtà fattuale. Viene anche denunciato che nel caso specifico sono rimaste inapplicate le procedure e i protocolli approvati, sulla base dell'esperienza mondiale, dagli organismi internazionali e recepiti dall'Italia, determinando criticità e alterazioni della fase procedimentale e pregiudicando il corretto accertamento dei fatti.
I coniugi Covezzi-Morselli non hanno mai smosso di gridare la loro innocenza rispetto a tutte le accuse che gli sono state mosse. Inizialmente la procura di Modena li ha ritenuti responsabili e non in possesso delle capacità parentali, in quanto, ancorché ignari di ciò che accadeva, non avrebbero svolto una vigilanza sufficiente a sottrarre i loro bambini agli abusi di altre persone ritenute coinvolte in un giro di pedofilia e messe sataniche nella bassa modenese. Dopo qualche mese di totale gestione dei loro figli da parte dei servizi sociali, gli inquirenti accusano i coniugi Covezzi-Morselli di essere coinvolti nello stesso giro e di abusare, con altri, dei loro bimbi.
Poiché rimasta sempre inascoltata, Lorena Morselli, per evitare che le venisse tolto anche il quinto figlio, di cui era già in attesa, lo ha fatto nascere in Francia. In questo Paese il bambino ha potuto crescere con la sua madre naturale, senza che le autorità francesi, malgrado quanto stava avvenendo in Italia, l'abbiano mai ritenta incapace d'assolvere le funzioni genitoriali toltele dalla magistratura italiana.
Con sentenza del 24 settembre 2002 il Tribunale di Modena condanna Delfino Covezzi e Lorena Morselli alla pena di anni 12 di reclusione ciascuno, con l'interdizione perpetua dal pubblici uffici e da quelli attinenti alla tutela e alla curatela, con la perdita della potestà genitoriale, al diritto agli alimenti e l'esclusione dalla successione delle persone offese: «per avere, agendo in concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, compiuto atti sessuali con i minorenni, V. Covezzi, P. Covezzi, E. Covezzi, A. Covezzi, loro figli, che al momento del fatto non avevano compiuto gli anni dieci (quanto a P., E., A.) o gli anni quattordici (quanto a V.); atti consistiti in ripetute penetrazioni genitali e anali materialmente inflitte da Covezzi Delfino alle quattro persone offese all'interno dell'abitazione domestica; apporto casuale di Morselli Lorena consistito nel rafforzare la determinazione criminosa dell'autore mediante la presenza agli atti ed il tacito assenso che ne derivava e, comunque, nel non attivarsi per impedire il fatto e l'evento come suo dovere ai sensi dell'articolo 40, comma secondo del codice penale, essendo Morselli Maria Lorena, al tempo dei fatti, madre dei minori esercente la potestà sugli stessi. In Massa Finalese, in date non precisabili, e sino al 12 novembre 1998».
Dopo otto anni, il 10 giugno 2010; un trafiletto d'agenzia ha diffuso la notizia che la corte d'appello di Bologna ha assolto Covezzi Delfino e Morselli Lorena per non aver commesso il fatto stabilendo l'inesistenza delle infamanti accuse di aver violentato i propri figli. Nonostante il procuratore generale incaricato di rappresentare l'accusa nel dibattimento non abbia ritenuto d'annunciare ricorso, né d'impugnare la sentenza d'assoluzione, non si è, però, conclusa la loro odissee. Poco prima della scadenza dei termini, infatti, il procuratore generale presso la corte d'appello di Bologna in persona ha adito la Corte di cassazione, lasciando, così, immutata una situazione che, per le sue importanti e delicate implicazioni di carattere sociale e soggettivo, da 13 anni attende una risposta certa e definitiva.
Nonostante la mancanza di un giudicato conclusivo, al presente atto di sindacato ispettivo viene data risposta sulla base di un ampio ed esauriente campo informativo che ha permesso una fedele ricostruzione di tutta la vicenda. Vengono qui analizzati i suoi molteplici aspetti e le connesse tematiche, utilizzando anche le argomentazioni e le motivazioni con cui la sentenza di seconda istanza, depositata nel 2011, ha completamente demolito l'impianto accusatorio che ha ridotto in frantumi ed esposto al pubblico ludibrio la famiglia Covezzi-Morselli.
La loro triste avventura s'intreccia ed è una delle dirette conseguenze della storia e delle attività di don Giorgio Govoni, parroco di Staggia modenese, morto di crepacuore nello studio del suo avvocato, il giorno prima che fosse pronunciato il verdetto nel processo di primo grado con 15 imputati. Per lui il pubblico ministero aveva richiesto la condanna a 14 anni di carcere. I tre giovani giudici, che componevano il collegio, hanno emesso quattordici condanne per 157 anni di reclusione e pronunciato nei confronti di don Giorgio il non luogo a procedere per morte del reo, lasciando la sua memoria con l'ignobile marchio della pedofilia.
Pur tuttavia, don Govoni rimane, come lo è sempre stato, un prete amatissimo nella sua comunità. Dalla celebrazione della sua prima Messa in Duomo a Finale Emilia il 4 settembre 1966, fino alla sua morte, avvenuta il 19 maggio 2000 nella predetta tragica circostanza, ora ne coltiva un ricordo riconoscente per l'edificante esempio che ha tratto dalla sua esistenza. Il suo impegno pastorale e la sua intensa e benefica attività, che hanno messo al centro il bene della famiglia e l'amore e la protezione dei più deboli e dei più bisognosi, gli hanno meritato sempre la stima della sua gente e la sua vicinanza per tutto il tragico periodo delle accuse. Ne invoca ora la beatificazione come testimone del suo dolore, della dignità e della cristiana sopportazione con cui ha affrontato le calunniose torture procedimentali, smentite dal suo proscioglimento avvenuto post mortem. La giustizia ha accertato solo dopo la sua morte che gli sconvolgenti fatti addebitatigli non sono mai avvenuti. Tanto affetto gli proviene da quindicimila persone che vivono in una realtà opulenta dove all'epoca, dei fatti vi era una raccolta bancaria di 1400 miliardi di vecchie lire, era sovraccarica di lavoro nei distretti produttivi d'eccellenza (biomedicale, ceramica, maglieria, componentistica, frutticoltura). Nei 34 anni di attività svolta nella bassa modenese, Don Govoni ha cambiato radicalmente quella comunità, troppo spesso definita sazia e disperata, mettendo al centro del suo apostolato la famiglia e le fasce più deboli della società. Prete e lavoratore, strappa i giovani alla noia e ai pericoli della strada, ricrea centri per la loro aggregazione, li coinvolge e li mobilita in una serie incessante d'iniziative e li sensibilizza alle attività a sfondo umanitario. Dalla raccolta di fondi per i malati di lebbra di tutto il mondo, all'organizzazione di giornate di lavoro per realizzare risorse con cui poter dare un aiuto economico a tutte le famiglie indigenti e disagiate. Rimane indimenticato lo spirito con cui affronta tanto le attività ricreative quanto quelle, più numerose, rivolte al volontariato. Collabora con tutti Don Govoni, con amministratori e istituzioni, soprattutto con i locali servizi sociali. Ma se è vero, come è vero, che la sua gente non lo ha mai abbandonato continuando, anche in piena bufera giudiziaria, a far partecipare i propri figli a tutte le sue attività e a mandarli alle gite e a i campeggi che organizza, è anche vero che tutti i suoi guai sono generati dai rapporti con servizi sociali dei quali non sempre condivide princìpi e metodi d'assistenza. In proposito assumono particolare significato le dichiarazioni fatte alla stampa il 9 giugno 2000, a pochi giorni dalla richiesta di condanna e della sua morte dall'allora sindaco di Finale Emilia, Alfredo Sgarbi: «Parliamoci chiaro, se il tribunale avesse assolto, qui andavamo a casa tutti, io, il dirigente della Asl, gli assistenti sociali, come coloro che avevano condannato definitivamente i bambini». Riconosce anche che «Don Govoni è stato un benemerito, nei suoi rapporti con la pubblica amministrazione, questo è sicuro, anche se ci siamo divisi sulla teoria che i bambini vanno sempre e comunque lasciati alla loro mamma».
Ma è proprio l'affollamento familiare il punto dolente che preoccupa Don Govoni e mette in crisi il rapporto con i servizi sociali. Negli ultimi dieci anni nella provincia di Modena sono raddoppiati. Ora se ne registrarlo ogni anno il 30 per cento del totale regionale. Sempre più frequentemente, le giovani psicologhe e assistenti sociali della locale Asl asseriscono che la causa del disagio riscontrato tra le famiglie oggetto degli allontanamenti è da attribuire alla piaga della pedofilia.
Già nel 1994 Don Giorgio si scontra spesso con questi servizi a causa di una famiglia di cui s'interessa con i suoi ragazzi, perché gli rimproverano di aiutarla nella gestione della vita quotidiana, mentre loro ritengono che debba gestirsi da sola. Quando i servizi sociali allontanano da una famiglia il loro bambino, messo in istituto a Reggio Emilia, i volontari di Don Giorgio procurano ai genitori un'autovettura per consentirgli d'andare a trovare il figlio e continuano a pensare alle loro necessità, al cibo e all'alloggio.
Nell'aprile 1997, un minore, affidato al trattamento dell'ASL locale dopo decine di colloqui inizia a parlare di abusi subiti in famiglia l'anno prima. Dopo due mesi sui giornali appare l'indiscrezione che nei racconti è coinvolto Don Giorgio, che si mette subito a disposizione del magistrato, spiegandogli di aver solo aiutato una famiglia in difficoltà, di essersi, per questo, scontrato in più occasioni con l'ASL, perché aveva cercato d'impedirgli di continuare a farlo.
La Procura di Modena non considera le sue opere come carità cristiana, ma le ritiene il compenso alla famiglia per pratiche di pedofilia e satanismo. Reati ipotizzati ed affermati in un impianto accusatorio formatosi attraverso la teoria del disvelamento progressivo applicata dagli psicologi dell'infanzia utilizzati dai pubblici ministeri e dal Tribunale di Modena. Teoria che ha portato a formulare capi d'accusa secondo i quali don Govoni è a capo di una squadra di pedofili che agiscono in pieno pomeriggio nei cimiteri. Violentano ripetutamente bambini maschi e femmine, con abusi devastanti. In pieno giorno i bambini Covezzi vengono accompagnati al cimitero dalla loro madre che attende fuori la fine dei riti orgiastici, Don Govoni li accompagna nel chiostro dove alla luce del sole vengono abusati da un gruppo di adulti. Al cimitero ci andavano anche di notte in un camion nero carico di bambini guidato di volta in volta da parroci diversi (sei). Legati alle croci gli tiravano addosso dei lunghi coltelli. Un ragazzo racconta che il suo papà li tirava piano per farli cadere a terra. Sempre lo stesso asserisce che alcune sere nel teatro della parrocchia lui stesso marchia a fuoco e uccide bambini. La notte avvengono i riti in cui il religioso dice di essere il demonio e molti bambini (cinque per tre sere alla settimana) vengono sacrificati al diavolo e decapitati. I loro corpi sono appesi a ganci e poi don Giorgio, alla fine del rito, li carica sul suo fiorino e li butta giù dal ponte del paese. I rituali vengono ripresi da un fotografo per produrre materiale da rivendere sul mercato della pedopornografia.
Assieme a don Giorgio sono chiamati in causa, oltre ai genitori, molti preti, un vescovo lombardo ed una maestra di Mantova.
Sulle confessioni fatte agli psicologi e agli assistenti sociali vengono incardinati quattro processi: nel paiano sono coinvolto due famiglie e 6 persone; nel secondo, un anno dopo, agli abusi si aggiungono messe nere, cimiteri e sacrifici umani e vengono coinvolte un totale di 17 persone e allontanati da esse i relativi figli; nel terzo vengono chiamati in causa i coniugi Lorena e Delfino Covezzi per non aver protetto i quattro figli dagli altrui abusi, perdendone l'affidamento. Dopo i colloqui con la psicologa, questi denunciano di essere stati abusati dal padre, presente e consenziente la madre e coinvolgono gli zii materni ed il nonno materno; nel quarto le accuse dei quattro fratellini si allargano ad altre persone, anche di Mantova.
Questa lunga inchiesta ha fatto registrare un'incidenza elevatissima di danni collaterali che, oltre alle immense sofferenze ingiustamente addossate alle persone risultate innocenti, comprendono il suicidio di una madre a cui hanno tolto la figlia che, dopo aver inutilmente urlato la sua innocenza, si è gettata dalla finestra; la morte d'infarto di Don Govoni e del fotografo ingiustamente accusato di fare le riprese dei misfatti pedofili per la produzione del materiale da immettere nel mercato pedopornografico; l'allontanamento di un impressionante numero di bambini che non rivedranno mai più i loro genitori naturali; il coinvolgimento di innocenti che solo dopo processi in cassazione vedranno riconosciuta la loro estraneità ai fatti e ripristinata parte della loro credibilità sociale.
A cavallo del 1997 e dei primi mesi del 1998 accade che un bambino allontanato dai genitori e sotto sostegno psicologico asserisce di essere stato vittima di abusi sessuali. Coinvolge due famiglie e sei persone, mentre altri bambini vengono allontanati dai genitori. Come detto, una madre si suicida, mentre Don Govoni finisce tra gli indagati. Anche se il bambino alla base delle accuse, è risultato all'esame medico del consulente tecnico d'ufficio non abusato, il tribunale infligge complessivamente 55 anni di condanne. Le rivelazioni dello stesso bambino originano un altro procedimento dove vengono coinvolte 17 persone e compare il satanismo.
I processi si sono svolti essenzialmente sulla base di referti medici ed opinioni peritali, mentre scarsa e improduttiva è stata l'attività investigativa classica finalizzata a trovare riscontri materiali. Sia gli inquirenti che i requirenti che hanno emesso le condanne hanno dato il massimo credito ai racconti dei bambini descritti e interpretati da periti psicologi d'ufficio. Come riscontro sono stati assunti i referti stilati dai periti medici d'ufficio.
Nessun rilievo è stato dato al fatto che l'attività investigativa di polizia giudiziaria abbia dimostrato che il cimitero di Massa Finale e di quelli limitrofi non corrispondono alle descrizioni dei verbali, che nessun bambino, tra i tanti uccisi, sia risultato mancante all'appello e che nessuno dei corpi che, al termine dei suoi sabba infernali, Don Govoni era solito gettare nel fiume Panaro, vi sia stato rinvenuto dopo il dragaggio disposto dal pubblico ministero. Nell'era dell'alta tecnologia e dell'enorme progresso fatto dalla scienza criminologica, di capacità probatoria del DNA, sono stati incardinati processi senza analizzare scientificamente il fiorino, il camion e i luoghi dei misfatti come il cimitero e il teatro della parrocchia. Nessun riscontro materiale quindi è stato ricercato e/o trovato per dare certezza ai racconti dei bambini e dei loro interpreti. C'è voluta una sentenza della Cassazione per stabilire che questi fatti erano il frutto della fantasia dei bambini che li avevano testimoniati con procedure fortemente criticate.
Dipanando tutta la vicenda, risulta evidente che i 13 anni di calvario dei Coniugi Covezzi-Morselli si sono determinati in conseguenza d'indagini e processi che si sono essenzialmente avvalsi delle immateriali induzioni e deduzioni dei periti d'ufficio e costruiti con il ricorso continuo a procedure d'urgenza che in questa specifica materia giuridica riducono enormemente lo spazio della difesa.
La corte d'appello di Bologna ha ripercorso analiticamente il processo d'appello sottoponendo a vaglio critico sia tutte le argomentazioni del giudice di primo grado, come ciascuno dei diciannove motivi di gravame opposti dalla difesa. Oltre a rimettere ordine cronologico e logico nei fatti e negli avvenimenti, inquadra con precisione scientifica tutte le problematiche che attengono non soltanto allo specifico processo, ma che sono comuni e si ripetono con troppa frequenza quando la giustizia si occupa di una piaga come la pedofilia.
Nella vicenda sono state coinvolte le famiglie dei coniugi Covozzi-Morselli, che hanno quattro figli e quella dei cognati Giuliano Morselli (fratello di Lorena) e Monica Roda, che hanno due figli. I cugini naturali P. Covezzi e Morselli sono coetanei e compagni di classe presso la scuola elementare di Massa Finalese. Già dal primo anno della scuola elementare, le maestre, per problemi di asserita difficoltà scolare, avviano al servizio di neuropsichiatria infantile della AUSL di Mirandola. Viene presa in carico dalla dottoressa Emma Avanzi, neuropsichiatra infantile priva, per sua stessa ammissione, di esperienza circa casi di abusi sessuali minorili. M. segna un aggravamento in coincidenza della nascita prematura del fratello Riccardo.
Nel mese di luglio del 1998, in forza di un provvedimento assunto dalla ASL di Mirandola, convalidato dal Tribunale per i minorenni di Bologna, i minori M. e R. Morselli sono allontanati dalla famiglia naturale e viene sospeso ogni rapporto con la stessa.
Maria Lorena Covezzi-Morselli cerca di capire le ragioni dell'allontanamento della nipote e di garantirle il ricordo della sua famiglia d'origine, consegnando ai suoi addetti documentazione fotografica raffigurante i componenti della sua famiglia e anche i cugini Covezzi. L'insistenza di Lorena si protrae fino al mese di novembre provocando un dissidio e scontri verbali con gli operatori della AUSL di Mirandola.
Dopo l'allontanamento, M. Morselli, sottoposta a visita ginecologica da parte della dottoressa Cristina Maggioni, inizia a confidare alla neuropsichiatra di riferimento, dottoressa Emma Avanzi, di essere stata vittima di abusi sessuali da parte di alcuni componenti della propria famiglia d'origine, ma non coinvolge gli zii. Con successive rivelazioni M. inizia i racconti su abusi sessuali in ambiente cimiteriale, coinvolgendo una pluralità di persone adulte e Don Giorgio Govoni.
Nell'ottobre del 1998, indica tra i partecipanti ai riti satanici anche i quattro cuginetti Covezzi, asserendo che gli zii Lorena e Delfino, fidandosi dei cognati, consentivano ai figli di uscire in loro compagnia. Secondo la dottoressa Maggioni M. era stata vittima di numerosi rapporti sessuali completi.
Pur avendo escluso che i genitori dei quattro fratelli fossero al corrente dei fatti, il tribunale dei minori, con provvedimento provvisorio ed urgente, senza considerare minimamente la personalità e l'irreprensibilità dei loro genitori, dispone l'allontanamento immediato dalla famiglia naturale e sospende ai Covezzi la potestà genitoriale per mancata vigilanza sui figli.
Dalle 05,45 del 12 novembre 1998, data della perquisizione, in cui non è stato rinvenuto alcun reperto attinente al reato di pedofilia e/o pornografia e del loro prelevamento, questi non avranno più nessuna possibilità di aver alcun contatto anche indiretto con i loro bambini. I servizi sociali li collocano in quattro distinte famiglie e dispongono il più alto livello di protezione che non permette contatti neanche tra di loro.
I numerosi reclami presentati dai genitori vengono puntualmente rigettati perché ritenuti inammissibili a causa dell'inoppugnabilità dei provvedimenti provvisori e urgenti del tribunale dei minori. Per mesi e per anni la difesa non può esercitare nessuna delle sue prerogative costituzionalmente garantite, perché, dal momento dell'allontanamento dei figli, sono stati sempre reiterati decreti provvisori e urgenti.
I coniugi Covezzi si sottopongono a tutti i colloqui richiesti dai servizi sociali riferendo ogni aspetto della loro vita. Da tali rapporti, traggono la convinzione che i loro referenti, più che conoscere la realtà familiare, stiano ricercando la loro confessione. D'altronde questo risponde alla filosofia espressa dal responsabile che in un intervista del 1999 afferma che «dove i genitori ammettono gli errori si può anche pensare ad un reinserimento dei figli altrimenti no». Il ruolo dello psicologo viene così stravolto da quello di supporto a quello di investigatore, pregiudicando l'oggettività, la terzietà e la scientificità che deve avere la perizia tecnica d'ufficio. Una strana coincidenza preoccupa, invece, per il modo e le circostanze in cui i Covezzi passano da imprudenti, ma ignari genitori ad aguzzini dei loro figli, venendo incriminati per pedofilia.
L'11 marzo 1999, il Ministero della giustizia, sostenendo l'incompletezza del materiale a sua disposizione, chiede sette giorni di tempo per rispondere ad un'interrogazione parlamentare sul loro caso. Nella settimana seguente gli operatori sociali ascoltano ed esaminano tutti i giorni una bimba di dieci anni. L'affidatario della ragazza più grande riferisce al pubblico ministero che la minore, uscita dal «colloquio» con la psicologa appariva una maschera di pianto e di tensione e che da lui sollecitata, su incarico della psicologa, le aveva detto di avere subito abusi sessuali ad opera del padre, mentre la madre, presento, era rimasta indifferente. Il 17 marzo 1999, entrambi i genitori vengono incriminati e il 18 marzo 1999 il Ministero comunica che i bambini sono stati allontanati perché i genitori sono indagati.
Questi percorrono tutte le vie legali per dimostrare non solo la loro innocenze, ma per riavere l'affidamento dei figli. Espongono al presidente del Tribunale dei minori tutte le loro perplessità sulle risultanze peritali e circa l'infondatezza dei fatti satanici e pedofili. Il Tribunale dei minori risponde facendoli sottoporne a perizia della loro capacità genitoriale. Lo psichiatra incaricato conclude che hanno personalità abusante perché «l'uno non riesce ad essere autosufficiente senza l'altro». Giudizio completamente smentito sia dagli eventi che sul piano scientifico per tanti anni, infatti, il marito ha dovuto fare a meno della moglie, fuggita in Francia per partorire e farvi crescere il quinto figlio. Costretto dagli avvenimenti, egli ha dimostrato tutta la sua autosufficienza mentre è solo nella sua casa. Sul piano strettamente tecnico, un docente universitario nota, invece, che «La scarsa autonomia, la tendenza simbiotica e la carente indipendenza sono elementi presenti in molte coppie genitoriali e sono tratti che non sono distintivi ed esclusivi di quelle abusanti. Questi aspetti - continua il perito - in misura maggiore o minore, sono presenti in molte coppie, senza per questo integrare una condizione di patologia ne essere intrinsecamente patogeni; anche nel caso in cui questi aspetti raggiungano una dimensione di problematicità, comunque, nessuno penserebbe mai di qualificare tali genitori come aprioristicamente inadeguati e con personalità abusante».
Anche i quattro fratelli Covezzi, dopo l'allontanamento familiare, sono sottoposti a visita medico-legale dei dottori Maggioni e Bruni e a colloqui settimanali da parte delle psicologhe Donati e Gemelli, in cui rilasciano un numero esorbitante di dichiarazioni. Sottoposti a perizia psicodiagnostica (Farci, Roccia, Guasto) tutti i fratelli Covezzi sono ritenuti attendibili ed è attestato che le loro narrazioni erano uguali, mostrano la consapevolezza degli abusi subiti e li ambientano in uno stesso scenario, mostrano la stessa considerazione nei riguardi dei genitori (madre terribile, padre mostro) e, inoltre raccontano anche lo stesse minacce subite.
Resi noti, i periti di parte evidenziano le situazioni paradossali che contraddistinguono i racconti dei bambini. I fratellini descrivono situazioni, luoghi, comportamenti del tutto diversi e coinvolgono minori, come vittime, e adulti, come abusanti e maltrattanti, diversi l'uno dall'altro. Non c'è alcuna corrispondenza significativa nelle diverse versioni della stessa realtà. Le diversità delle narrazioni dimostra che i fratellini non si rendono minimamente conto di raccontare il falso, per questo non sono attendibili e sono caduti in suggestioni che li fanno passare con estrema naturalezza da stragi dei rituali satanici che grondano sangue, alla vita di ogni giorno, alla scuola, alle abitudini di famiglia. Parlano di omicidi come se fossero favole raccontate o cartoni animati visti in TV. Pur tuttavia la validazione psicologica svolta dagli psicologi incaricati dai Giudici li classifica attendibili e fa testo coma strumento processuale.
Considerati i danni anatomici che si sarebbero dovuti verificare, i genitori dei minori chiedono al Giudice delle indagini preliminari di far esaminare, da un medico di sua fiducia, i risultati fotografici dell'ispezione corporale effettuata a suo tempo dai consulenti del pubblico ministero. Questi, dopo due settimane dall'allontanamento, avevano visitato i bambini, scattato foto dei loro genitali e concluso che erano stati tutti abusati avanti e retro. La più grandicella «anche centinaia di volte».
Il medico incaricato dal giudice delle indagini preliminari demolisce tali perizie e conferma senza ombra di dubbio che la bimba dichiarata vittima di orge sataniche, deflorata centinaia di volte, in realtà è vergine. Riguardo a tutti e quattro i fratelli il Ctu del Gip scrive che senza ombra tutti i bambini sono illibati. Di conseguenza viene a cadere l'unico appiglio che avrebbe dovuto dimostrare «centinaia di violenze».
Ciò non toglie al tribunale di ritenere le considerazioni del collegio peritale corrette e valide, non suscettibili di critica, che abbiano la forza probatoria necessaria a motivare la sentenza di condanna emessa a carico dei coniugi Covezzi.
La Corte d'Appello apprezza il copioso materiale probatorio acquisito nel corso del processo di primo grado non idoneo ad addivenire alla pronuncia di responsabilità penale. Ritiene che la genesi del procedimento abbia influito sulle modalità d'acquisizione e sulla conseguente intrinseca validità della prova, considerata inidonea per una serie di motivi. La mancata documentazione audio e video dei colloqui con i minori per il tempo che la trascrizione dei colloqui avrebbe richiesto. Mette in dubbio che sia la testimonianza della Donati che l'ispezione dei luoghi e delle cose dei medici Maggioni e Bruni perché l'ambiente, il clima e le modalità del loro agire possono avere influenzato la genuina formazione dei ricordi. I soggetti che hanno avuto in «custodia» i minori e che li hanno accompagnati nel difficile percorso delle rivelazioni, abbiano in qualche misura orientato e guidato queste ultime verso una meta che doveva coincidere con l'ipotesi già seguita e validata in occasione degli altri procedimenti. Il quadro relativo alla affidabilità dell'operato delle operatrici dell'azienda USL di Mirandola è complicato ed aggravato dalla già stigmatizzata assenza di seria documentazione dei colloqui svolti. Varrà anche in relazione ad altri punti della sentenza impugnata, ma è sintomatico come la Donati abbia ritenuto reali gli episodi cimiteriali, peraltro sconfessati nella loro sussistenza da un giudicato. La scelta della Roccia, come presidente del collegio peritale è stata di grande inopportunità o di scarsissima «ortodossia».
Il narrato di P. Covezzi è palesemente non credibile, non solo per quanto attiene agli episodi cimiteriali, smentiti da un giudicato, ma anche rispetto a quanto riferito a carico dei genitori. Lo stesso vale per E. Covezzi che aveva accusato una persona assolta in altro giudicato penale. Anche le rivelazioni di V. e A. vengono ugualmente ritenute inattendibili. Anche le notizie relative a presunte minacce ricevute dai genitori mentre erano in affido ad altri soggetti sono state dimostrate del tutto false e sono stati rivalutati in proposito gli alibi svalutati dai giudici di Modena.
In sintesi, il narrato dei minori ha coinvolto i genitori soltanto qualche tempo dopo l'allontanamento dagli stessi ed è privo di quella coerenza intenta che dovrebbe assistere un elemento probatorio fondamentale e per altri viene spesso smentito o comunque revocato in dubbio ogni qual volta fa riferimento a riscontri esterni. Le dichiarazioni dei fratelli Covezzi, verosimilmente, sono state teso all'interno di una comunità gravida di potenzialità suggestive e manipolatorie, dalla quale i minori possono avere assimilato, interiorizzato e poi riferito racconti di altri.
Malgrado le pesanti critiche contenute nel dispositivo della predetta sentenza, la prefettura di Modena, interessata in merito, ha fatto sapere che: tre dei quattro ragazzi hanno raggiunto la maggiore età, mentre il quarto sta per raggiungerla; per ragioni di riservatezza non è possibile conoscere, senza il consenso degli interessati maggiorenni o del tutore riguardo al minore, (ubicazione dei luoghi e l'identità delle famiglie presso cui i ragazzi sono stati collocati; incaricati della tutela, di sostenerne i costi di mantenimento, di educazione e di supporto professionale sono stati incaricati fin dal 1998 i Servizi sociali dell'Unione comuni modenesi area nord; il coordinamento tecnico sugli interventi di sostegno psico-sociali è stato assegnato alla dottoressa Benati. In proposito è stata stipulata regolare convenzione con un centro specializzato che da diversi anni se i progetti sui ragazzi Covezzi con continuità terapeutica; il Centro aiuto al bambino cenacolo francescano di Reggio Emilia, eroga direttamente le prestazioni richieste dall'ente tutelare sui singoli progetti e viene finanziato con regolari risorse pubbliche erogate nella misura del 75 per cento dall'ASL di Modena, per la parte sanitaria-terapeutica e per il 25 per cento dal bilancio sociale dell'Unione comuni modenesi area nord, per la parte sociale e di sostegno all'affido familiare. Interventi attivati all'inizio della presa in carico e ancora in corso; attualmente i ragazzi hanno rapporti professionali e di sostegno con la dottoressa Donati Valeria e con la dottoressa Gemelli Anna Maria che in qualità di psicologhe incaricate dall'ente tutore hanno seguito i percorsi di sostegno psicologico di sostegno degli allora minori Covezzi P., Covezzi V., Covezzi F., Covezzi A.
La circostanza offerta dall'analisi della vicenda può essere utile a tutti per valutare una storia straordinariamente scioccante e l'occasione per una riflessione generale sulla pedofilia e per accendere un focus su tutti i fenomeni ad essa collegati.
La pedofilia, infatti, è una materia che, con ragione, suscita rabbia, disgusto e ripugnanza tanto forti quanto radicate sono le stesse convinzioni che gli ruotano intorno e la condanna di un'opinione pubblica sempre più ampia. Si perde nella notte dei tempi, ma, fino a poco tempo fa, era vissuta nel silenzio e nella vergogna non solo dalle vittime e dalle famiglie coinvolte, costituiva un tabù largamente esteso e veniva molto trascurata anche dall'analisi scientifica.
In tempi relativamente recenti, l'informazione ne ha fatto oggetto di una cronaca diffusa in occasione delle molte vittime scoperte, sensibilizzando l'opinione pubblica e spingendo molti settori della società ad occuparsene in modo molto più approfondito.
Da fenomeno raro, la pedofilia è passata ad essere ora considerata una grave emergenza. Dettate dalla necessità di protezione dei propri figli, fratelli, nipoti si sono così prodotte reazioni sociali che hanno innescato un dibattito pubblico tanto accanito quanto, sovente inappropriato, poco attinente, quando non privo di qualsiasi fondamento. Questo grazie anche al fatto che la comunità scientifica stessa non è ancora giunta a comprendere e spiegare la pedofilia in senso globale.
Gli orrori richiamati dal termine pedofilia mostrano come, in proposito, anche il linguaggio corrente sia del tutto inadeguato alla sua corretta identificazione del fenomeno. Come si rileva dal vocabolario della lingua italiana, infatti, la derivazione etimologica e culturale dalla Grecia antica di detto lemma indica le parole bambino, amicizia, affetto. Un accostamento, però, che fornisce un significato distante dal senso comune ormai invalso e che oltraggia e profana lo strazio della carne e dell'anima dei bambini e dei fanciulli che la subiscono e che, per soddisfarne le pratiche, arrivano anche ad essere sequestrati, venduti e uccisi.
Il repentino passaggio dall'occultamento all'emersione della fenomenologia ha creato un'ampia mobilitazione che indubbiamente contribuisce a contrastarla molto più efficacemente di prima.
Persuasioni troppo di frequente indotte da suggestioni lontane dalla reale conoscenza dei fatti, per lo più derivanti dalla mediazione dei mass media e formatesi sulla base di superficiali e insufficienti letture inerenti l'abuso sessuale sui minori.
La diffusione incontrollata di ogni genere d'informazione-notizia a riguardo ha, però, prodotto anche molta approssimazione e confusione. Controindicazioni che, in non rari casi, hanno favorito l'esasperazione dello stato d'animo collettivo e fatto nascere un senso della giustizia malinteso e fuorviante, prodromico a una sua imperfetta, quando non sommaria, applicazione. Gli effetti che in questi casi si sono prodotti si sono rivelati pericolosi e mostruosi quanto quelli propri della pedofilia, a cui si sono sommati, facendo aumentare il numero e la qualità delle vittime.
Proprio il caso dei coniugi Covezzi-Morselli fa risaltare che l'attuale stato di questa problematica è connotato da due aspetti che richiedono una vera e propria mobilitazione della politica, perché entrambi incidono in modo assai rilevante sulla vita della società italiana.
Il primo riguarda la necessita di trovare strumenti ancor più efficaci per frenare il fenomeno, implementandone la prevenzione, approntando norme e metodologie di contrasto ancor più efficienti, studiando sistemi di riduzione del danno e di recupero delle vittime sempre più avanzati. Questo perché, malgrado gli sforzi fatti per prevenire il disagio collettivo derivante dall'abuso sessuale, i radicali interventi legislativi effettuati nella specifica materia, insieme alle norme varate per valorizzare e per assicurare la prioritaria tutela dell'infanzia, bisogna prendere atto che la pedofilia rimane una piaga sociale di primaria grandezza. Insieme a tante altre, la causa più rilevante è la sua ancora scarsa comprensione. Necessita, allora, incentivare la comunità scientifica e investirla del compito di ampliare e approfondire il campo della conoscenza della patologia e di tutte le tematiche connesse. È necessario che la pedofilia venga organicamente studiata alla stregua di tutti i mali ritenuti incurabili, rappresentando indubbiamente il più grave di essi. Infatti, dai rimedi che tutte le componenti della società sapranno trovare per permettere la compiuta affermazione dei diritti dell'infanzia, la protezione dell'innocenza del fanciullo, la costruzione della sua identità umana e il rispetto della sua dignità, non dipendono solo il presente e il futuro di alcuni cittadini, ma quello dell'intero Paese, il suo ordine sociale e il suo progresso morale.
L'altro aspetto fondamentale strettamente connesso alla pedofilia è quello relativo ai cosiddetti danni collaterali prodotti da tutte quelle suggestioni, contaminazioni, psicosi, imperfezioni d'apparato, di procedura e di sistema che producono i falsi abusi. Ne è piena la cronaca giudiziaria degli ultimi decenni, ma alcuni è bene sempre ricordarli perché rappresentano un esempio indimenticabile, un monito per tutti gli addetti ai lavori, uno stimolo per la classe politica chiamata a individuarne le cause e a dare risposte credibili ed efficaci affinché non si debba ripetere.

Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri: Carlo Giovanardi.